Messina Denaro, il medico Tumbarello: "Non sapevo che il mio paziente fosse il latitante"
Oggi pomeriggio, davanti al Tribunale di Marsala, si è svolta l’udienza del processo al dottor Alfonso Tumbarello, 71 anni, ex medico di base di Campobello di Mazara, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e falso in atti pubblici. Tumbarello è accusato di aver redatto oltre centotrenta certificati a nome di "Andrea Bonafede" (classe '63) che ha prestato l'identità al boss, per consentire al capomafia castelvetranese Matteo Messina Denaro, deceduto il 25 settembre scorso, di potersi curare per un tumore.
Rispondendo alle domande del pm della Dda di Palermo, Gianluca De Leo, del presidente del collegio, Vito Marcello Saladino, e dei suoi legali, Gioacchino Sbacchi e Giuseppe Pantaleo, Tumbarello ha detto di non aver mai visto Matteo Messina Denaro. "Se fosse accaduto," ha dichiarato, "sarei andato subito dalle forze dell'ordine".
Il dottor Tumbarello ha spiegato che conosceva Andrea Bonafede dal 2018, quando quest’ultimo divenne suo paziente dopo che il suo medico di base era andato in pensione. "Lo conosco da tanti anni, ma non siamo amici. Un giorno venne da me per mostrarmi l’esito di una colonscopia." Tumbarello ha poi aggiunto che Bonafede gli disse che, per ritirare le successive ricette mediche, sarebbe andato il cugino omonimo, classe '69, perché non voleva che i familiari sapessero della sua malattia.
"Non ho visitato Andrea Bonafede," ha continuato Tumbarello, "perché davanti all’esito di una colonscopia era inutile".
Il pm De Leo ha chiesto a Tumbarello come ha fatto da tramite per un incontro tra Salvatore Messina Denaro, fratello di Matteo, e l’ex sindaco Dc di Castelvetrano, Antonio Vaccarino. Tumbarello: "Vaccarino mi chiese se conoscevo Salvatore Messina Denaro e se potevo organizzare un incontro. Io conoscevo Salvatore perché, come pneumologo, mi era stato chiesto di visitare la cognata, che non poteva muoversi da casa. Fissammo il giorno e l’orario e loro vennero nel mio studio medico. Siccome nella sala d’attesa non c’era nessuno, Vaccarino mi chiese se potevano parlare lì. Mi sembrava brutto dire di no. Chiusi a chiave la mia stanza e andai via. Tornai un’ora dopo e non c’era più nessuno. Vaccarino, con cui per un certo periodo avevo frequentazione per motivi politici, non mi disse perché aveva voluto quell’incontro, né io glielo chiesi. Lo seppi, anni dopo, dai giornali".
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