Sulla guerra, ma non solo: io non so, ma ho le prove
Pasolini sapeva, ma non aveva le prove, io non so, ma vi assicuro che le prove non mi mancano. Non so voi, ma io sto facendo molta fatica a comprendere. Non riesco più a vedere chiaramente quella linea di demarcazione chiara che separa il bene dal male. Cosa è giusto e cosa è sbagliato. La sola certezza che mi rimane è quella di conoscere il nome di chi ha aggredito un paese sovrano, sulle responsabilità vacillo. Le mistificazioni, quelle plateali, le intuisco, mi sgomentano, ma poi arriva sempre qualcuno che dimostra, con fatti inconfutabili, che altre volte sei rimasto vittima di menzogne macroscopiche. O più semplicemente hai voluto credere a quanto ti veniva artatamente raccontato per giustificare altre guerre che ci hanno visto complici, altri massacri di civili, necessari per portare democrazia e giustizia alle popolazioni oppresse da regimi autoritari. L'Occidente ha fallito, non ha valori da difendere, li ha barattati tutti per nutrire il solo Dio in cui crede: Diodenaro.
Non è necessario avere una religione per avere una morale, perché se non si riesce a distinguere il bene dal male quella che manca è la sensibilità, non la religione.
Questa frase della grande scienziata italiana Margherita Hack mi ha dato grande conforto in passato, oggi risuona invece minacciosa a quanti, come me, non riescono più a distinguere chiaramente il bene dal male. Stiamo dunque perdendo anche la sensibilità?
Tutto questo rischia di annichilirci davvero e allora c'è bisogno di spostare lo sguardo altrove, anche se solo per poco, scoprire storie altre, storie di trasformazione e riscatto. Vado cercando bagliori che non siano quelli delle esplosioni degli ordigni. Questa mia ricerca, necessaria come l'aria, mi ha portato a scoprire il bagliore di un ordigno fatto brillare, esploso per essere neutralizzato. È la storia dell'imprenditore barese Vito Alfieri Fontana, titolare di un'azienda che produceva armi, mine antiuomo, la peggiore delle eccellenze italiane, ebbene, da diciassette anni si occupa della bonifica dei territori in cui sono state disseminate le sue maledette mine. La storia della sua conversione è stata raccontata in un documentario dal titolo: Il successore, una vicenda umana segnata da incontri che hanno contribuito a fargli fare una scelta etica definitiva. Il contributo più importante è stato quello involontario dato dal figlio, all'epoca un ragazzino, che, sfogliando il catalogo dell'azienda gli chiese se fosse un assassino.
Non so voi, ma anche io mi sento devastata da dilemmi morali, pur non producendo armi, mi chiedo se sia giusto mandarne agli ucraini. Non so distinguere con chiarezza se la loro resistenza sia paragonabile a quella italiana contro il nazifascismo, ascolto i dibattiti, gli approfondimenti, sperando di sentire una voce amica, un discorso chiaro, ragionevole, argomentato, qualcuno in grado di dire qualcosa di sinistra, parafrasando Moretti. Se dovessi scegliere una colonna sonora per questi giorni metterei quel brano di Venditti che a un certo punto dice:
… A Firenze dormimmo e un intellettuale
La faccia giusta e tutto quanto il resto
Ci disse "No, compagni, amici, io disapprovo il passo
Manca l'analisi e poi non c'ho l'elmetto"
Ma bomba o non bomba noi...
Tutti esperti di geopolitica, nessuno disposto a fare un mea culpa. Non mi serve cercare analogie storiche per giustificare la legittima difesa di un popolo pacifico che sta pagando il conto di un banchetto consumato dai padroni del mondo, una tavola grande, ma non troppo, e in quella tavola qualcuno che parla italiano ci si siede, regolarmente.
Questa settimana niente libri, guardatevi questo monologo di Stefano Massini.
Katia Regina
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