Le dinamiche interne alla mafia del Belice: se n'è parlato al processo "Anno zero"
“Non fidarti di Pietro Bono (presunto mafioso campobellese detto “u longu”, ndr). Questo parla con tutti”. E’ quanto dice, intercettato, il castelvetranese Giuseppe Tilotta (uno dei presunti mafiosi arrestati nell’operazione “Annozero” e già condannato in abbreviato a 11 anni e 4 mesi di carcere) a Gaspare Como, uno dei quattro cognati del superlatitante Matteo Messina Denaro.
A riferire la frase, che evidenzia le diffidenze tra affiliati in seno ai clan belicini, è stato il maggiore dei carabinieri Diego Berlingieri nell’ultima udienza, davanti il Tribunale di Marsala, del processo “Accardo Giuseppe + 14”.
L’ufficiale, naturalmente, ha sottolineato che in questi ambienti l’eccessiva loquacità non è molto apprezzata. Rispondendo alle domande del pm della Dda Francesca Dessì, il maggiore Berligieri ha parlato anche delle accortezze dei mafiosi per evitare di essere seguiti e intercettati.
L’ufficiale ha spiegato, infatti, da un’intercettazione video-ambientale effettuata l’11 agosto 2014 davanti un’abitazione rurale riconducibile al presunto mafioso campobellese Raffaele Urso (anche lui arrestato nell’operazione “Annozero” e già condannato in primo grado, in abbreviato, a 18 anni e 4 mesi di carcere), nel corso della quale è stato monitorato un incontro tra affiliati, un altro dei quattro cognati di Matteo Messina Denaro, Rosario Allegra, deceduto un anno fa, è stato visto arrivare con un’auto intestata addirittura ad un soggetto del Burkina Faso, ma il cui contratto assicurativo era a nome della moglie di Mario Tripoli, anche lui coinvolto in “Annozero” e in abbreviato condannato a 3 anni e 4 mesi, anche se assolto dall’accusa di associazione mafiosa. “Tripoli era alla guida dell’auto” ha detto il maggiore Berlingieri, che il 18 giugno si sottoporrà al controesame degli avvocati difensori.
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