L’incursione dell’architetto Fabio Provenza nella Sicilia del 500
Fabio Provenza, architetto con la passione della scrittura colta e raffinata, illumina, con il potente faro della sua penna, un secolo straordinario che per svariati motivi è rimasto per secoli scarsamente considerato e conosciuto.
Provenza parte con un’azione che richiama il celeberrimo concetto sciasciano tra parola e pietre. L’autore parte da tre importanti, anzi imponenti palazzi del 500.
Palazzo Abatellis a Palermo, Palazzo Ciambra a Trapani e il gotico-catalano di Palazzo De Ballis che sfocia in una vastissima opera edificatoria durante “el siglo de oro” dell’architetura cinquecentesca alcamese. Provenza compie una operazione di grande rilevanza con una martellante illuminazione della produzione architettonica della Sicilia cinquecentesca, costituita dalle costruzioni che più spiccatamente documentano la cultura architettonica influenzata dalla koinè del Levante spagnolo, partendo correttamente dalla grandiosità di Palazzo Abatellis che contiene uno dei più grandi capolavori dell’arte italiana ovvero il “Trionfo della morte”.
Il testo di Fabio Provenza “L’architettura del Rinascimento in Sicilia” fende il buio in cui è stato volutamente sprofondato il cinquecento siciliano, un secolo che raccoglie l’eredità gotico-catalana e lo fa esplodere in un tappeto di bellezza di città piccole e grandi e che diventa, il citato buio, assolutamente incomprensibile in una città come Alcamo dove il cinquecento splende di una luce che pervade tutta la città murata, ancora oggi facilmente individuabile con un centro storico in buona parte intatto. Provenza è più che un architetto che scrive di storia dell’architettura e dell’arte...è, a mio avviso, un attento studioso dell’arte di quell’epoca rinascimentale e di quelli sopraffini. Infatti si chiede e chiede agli storici che pure sono decine e molti autorevoli il perché di questo buio che grida vendetta. Un buio che ha avvolto figure davvero immense come Carlo V d’Asburgo che visitò Trapani, Alcamo e Palermo nell’estate 1535, promuovendo in queste città trasformazioni di carattere urbano. L’autore con atteggiamento non arrogante propone anche la risposta: non illuminando il cinquecento siciliano si vorrebbe tagliare fuori dalla storia sia la grandezza di Carlo che la parziale “Reconquista” cattolica ad opera della Spagna dal punto di vista militare e della chiesa dal punto di vista teologico e spirituale. Sembrerebbe poca cosa invece l’autore fa scoppiare una provocazione culturale nel campo della storiografia siciliana.
Luigi Culmone
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