Marsala, gli schiavi delle vigne: "Devi lavorare fino a pisciare sangue...."
Sono abbastanza note le aziende che si avvalevano della manodopera (braccianti agricoli romeni) fornita dalla cooperativa “Colombaia”, al centro dell’inchiesta di guardia di finanza e Procura di Marsala (Pm Antonella Trainito) su lavoro nero e sfruttamento sfociata, il 14 maggio, in 4 provvedimenti cautelari di obbligo di dimora nel Comune di Marsala emessi dal gip Francesco Parrinello per tre marsalesi (Filippo e Giuseppe Angileri, di 79 e 49 anni, padre e figlio, e Benedetto Maggio, di 41) e un romeno, il 39enne Ion Lucian Ursu. Giuseppe Angileri e Benedetto Maggio, abitanti in contrada Colombaio Lasagna, sono cognati. Filippo Angileri abita in contrada Mandriglie.
Il reato contestato è “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”. Tra i legali, gli avvocati Giuseppe Monteleone, Diego Tranchida e Piergiorgio Giacalone, che hanno presentato istanza di riesame.
"E' esagerato parlare di schiavitù - afferma l'avvocato Diego Tranchida - perché nessuno dei dipendenti ha mai parlato di schiavitù. E la maggior parte dei dipendenti non si è mai lamentata di come veniva trattata sul luogo di lavoro. E ciò risulta dalle indagini difensive già svolte".
Dicevamo delle aziende che si avvalevano di questa manodopera.
Dalle fatturazioni di cui si parla nell’ordinanza del gip emerge che tra le aziende cui i presunti “caporali” prestavano quelle braccia c’erano soprattutto le ditte vinicole “Tenuta Gorghi Tondi”, “Calatrasi” e la “Abraxas vigne” di Pantelleria dell’ex ministro dell’Agricoltura Calogero Mannino.
Nel triennio 2014/2016, le fatture emesse dalla coop Colombaia sono nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro. E sulle cifre pagate da queste aziende committenti, i “caporali” avrebbero fatto la “cresta” a danno dei lavoratori. Almeno una ventina di euro al giorno per ogni bracciante. A questi ultimi, fino al 2013, la giornata veniva pagata intorno a 35 euro. Nel 2014, ci sarebbe stato l’aumento a 40 euro, mentre i committenti avrebbero circa 60 euro per ogni giornata di lavoro. Dall’indagine non è emerso che i titolari delle note aziende vinicole fossero a conoscenza che i lavoratori (da 20 a 25, quasi tutti romeni) venissero, almeno secondo l’accusa, sfruttati. E quindi non risultano essere indagati. C’è, poi, il capitolo delle minacce. Anche questo emerge dall’ordinanza del gip Parrinello. “Se tu vuoi guadagnare soldi, devi lavorare fino a pisciare sangue” avrebbe detto, in più occasioni, Filippo Angileri, mentre il Giuseppe ad alcuni braccianti avrebbe detto: “Con me chi scherza o si lamenta, passa guai”, “Se vi lamentate o fate casino vi sparo in testa, anche perché voi siete stranieri”. E per rendere più concrete le minacce avrebbe fatto vedere ai lavoratori anche una pistola. Naturalmente, non sarebbero mancati neppure gli insulti (“Teste di c…” “rumeni di m…”). Agli indagati viene contestata anche la discriminazione e l’odio etnico e razziale. Dall’ordinanza, inoltre, emerge anche che due dipendenti della “Colombaia” avrebbero commesso falsa testimonianza, per favorire i gestori della coop nella causa del lavoro intentata da un bracciante romeno. I due indagati sono Pietro Mezzapelle, di 35 anni, e Antonino Sciacca, di 33.
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