Dopo li voto in Sicilia: Renzi - Alfano, fine dei sogni
Il voto in Sicilia trascina nel vuoto Matteo Renzi e Angelino Alfano, perchè fa notizia (ma chi conosce il territorio lo sapeva già...) l flop di Alternativa popolare e dell’alleanza di Angelino Alfano con Matteo Renzi. Niente quorum, niente deputati regionali, fine dei sogni di essere la gamba moderata di un Pd in piena convulsione che alla sua sinistra ha solo nemici.
Ora il ministro degli Esteri dovrà affrontare la conferenza programmatica di sabato prossimo nel peggiore delle condizioni politiche e personali. Con una parte di Ap guidata da Maurizio Lupi che vuole tornare nel centrodestra. Con la Sicilia che non è più il piccolo serbatoio di voti. Alfano ha commentato «il risultato negativo» guardando il bicchiere mezzo pieno. Ovvero che «la percentuale siciliana è superiore alla soglia di sbarramento nazionale che è del 3%, a differenza di quella regionale che è del 5%». Il problema però è che difficilmente Ap potrà superare la soglia nazionale alla Camera, mentre per il Senato, dove è calcolata a livello regionale, adesso diventa difficile raggiungerla anche in Sicilia. È presumibile che ci sarà il fuggi fuggi, nel territorio, come è già successo in questa tornata elettorale siciliana: i portatori di voti hanno abbandonato la nave e si sono trasferiti in quelle formazioni di centro dalla parte di Musumeci che hanno fatto risultati ottimi. Come l’Udc di Lorenzo Cesa e i Popolari di Saverio Romano, entrambi al 7%.
Ma Alfano dice che «non avrà fruttato elettoralmente il fatto di aver presentato liste pulitissime ed essere rimasti estranei alla polemica sugli ’impresentabili». Ma il ministro non ha rimpianti: «Abbiamo fatto la cosa giusta» alleandosi al Pd e sostenere Micari.
Un’alleanza che continuerà come se nulla fosse a livello nazionale? Giuseppe Castiglione, uno di quelli che veniva considerato uomo forte in Sicilia, sostiene di sì, senza escludere che Ap possa pure presentarsi alle prossime politiche anche da solo, in autonomia. Una pazza idea secondo una buona parte del suo partito. Il problema è che a questo punto sarà pure difficile allearsi al Pd. Gli alfaniani non sono più appetibile e non sono graditi nel centrodestra.
Quando venne in Sicilia a presentare la candidatura di Micari, Renzi confidò ai suoi collaboratori: «Speriamo che Angelino tenga». Lo diceva per Micari, ma anche per il suo destino politico nazionale. Ora che non ha retto ed rimasto inchiodato a quel 4% tutto è più difficile.
Castiglione sostiene che la coalizione non ha creduto nella candidatura di Micari, che in campagna elettorale si è parlato più di impresentabili che di programmi. Forse c’è di più nella parabola del fu Nuovo centrodestra. Sergio Pizzolante, che si è sempre battuto per l’alleanza con il Pd insieme a Fabrizio Cicchitto, ieri sera era scoraggiato. «Per noi è un disastro. Sabato avremo la conferenza programmatica e dobbiamo decidere cosa fare, ma come andrà a finire non lo so».

RENZI. "Per Renzi è stato come il 4 dicembre, allearsi ora sarà molto difficile". È Miguel Gotor, fido braccio destro di Pierluigi Bersani, a disegnare con pochi tratti la drammatica situazione in cui si è cacciato Matteo Renzi. Il segretario del Pd ha prima chiuso le porte alla sinistra alle regionali in Sicilia, quindi dopo mesi di affondi e battutine velenose ha concluso che, stando così le cose, le elezioni politiche saranno un bagno di sangue per il Partito democratico. Urge, come anticipato da alcuni retroscena degli ultimi giorni, riconsiderare l'idea di una "ampia coalizione" che possa raggruppare anche gli ex scissionisti di Mdp. Fantapolitica? Con Renzi, in grado di dimenticare in fretta quello che aveva annunciato il giorno prima, non è mai detto. L'uomo è fatto così: un caterpillar in grado di digerire anche gli smacchi più clamorosi come fosse un sorso d'acqua. Non a caso, secondo il retroscena di Maria Teresa Meli, ufficialmente la debacle siciliana è stata accolta dal segretario con una scrollata di spalle o poco più: "Tutto come previsto - avrebbe detto ai suoi collaboratori -, il risultato è quello che ci aspettavamo. Sapevamo che sarebbe finita così". Tutto bene? No, anche perché a testimonianza dello psicodramma Pd c'è da registrare l'assalto pieno di bile di alcuni dei più fedeli renziani a Pietro Grasso, il presidente del Senato ormai fuoriuscito dal partito e colpevole di aver rifiutato qualche mese fa la candidatura a governatore. Certo, parziale consolazione c'è il flop della stessa sinistra. Resta il fatto che in politica il mal comune non è mezzo gaudio e il Pd si ritroverà costretto ad allearsi con qualcuno. Ora, è l'idea d Renzi, la palla passerà ai bersaniani: devono essere loro a decidere se tornare a braccetto col grande nemico o rimanere isolati nel loro poco influente 6 per cento. Sul piatto Renzi è disposto a mettere la rinuncia alla propria candidatura da premier. Più di così, resta solo la sua sparizione dalla scena pubblica.
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