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17/01/2017 12:15:00

"Certuni credono che la notte", di Salvo Licata

Si dà inizio ad una passeggiata letteraria fra i poeti del Secondo Novecento italiano. Senza alcun accademismo o desiderio di esaustività, le poesie presentate in questa rubrica hanno il sapore degli starters, un assaggio col fine di accendere la fame del lettore.


Inaugura una voce tagliente ma oggi quasi del tutto inedita: Salvo Licata (1937-2000), la raccolta è Codice Levi, la poesia Certuni credono che la notte (da La parola è un rasoio, Il Palindromo, 2016).

Licata è riuscito in un'impresa titanica: trasportare un porto.
Smantellandone le fondamenta, ha trasferito il porto della Città vecchia di Trieste nella sua Palermo dei primi anni Sessanta. Si tiene lontano da Saba, frantuma le logiche metriche di quella poesia "onesta" e recupera un ritmo nuovo fatto di un continuo susseguirsi di immagini icastiche. La voce che racconta la notte fuga i falsi miti delle strade illuminate dal buon Dio, mentre un'eco dalle sirene delle navi poco distanti sembra ancora ripetere: «io ritrovo, passando, l'infinito/nell'umiltà».

***

Certuni credono che la notte
abbia solo passi di ladri.
Ma la notte ha voci di vermi di silenzio di foglie
di navi mercantili
e i ladri in fondo non sono
che fuochisti, aiuto-cuochi, mozzi, giovanotti di
coperta,
sigarettai, sabbiatori, magnaccia,
figli di nove mesi comunque,
in attesa di imbarco.



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